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La bicicletta verde - Trama del film

creato da Castenaso admin ultima modifica 08/04/2013 13:54

 

Wadjda è una ragazzina di dieci anni che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur vivendo in un mondo conservatore, Wadjda adora divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Dopo un litigio con il suo amico Abdullah, un ragazzo del vicinato con cui non potrebbe giocare, la bambina vede una bella bicicletta verde in vendita. Wadjda desidera la bici disperatamente per battere Abdullah in velocità, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola


USCITA CINEMA: 06/12/2012
GENERE: Drammatico
REGIA: Haifaa Al Mansour
SCENEGGIATURA: Haifaa Al Mansour
ATTORI: Reem Abdullah, Waad Mohammed

FOTOGRAFIA: Lutz Reitemeier
MUSICHE: Max Richter
PRODUZIONE: Razor Film, Roman Paul, Gerhard Meixner
DISTRIBUZIONE: Academy2
PAESE: Germania, Arabia Saudita 2012
DURATA: 98 Min
FORMATO: Colore

 

RECENSIONI

 

bicicletta della libertà, verde della speranza

L'Arabia Saudita è il Paese islamico forse più progredito socialmente ( attesa di vita 73 anni, tasso di alfabetismo 83%), ma tra i più chiusi e rigidi nell'applicazione della religione di Stato e nel perseguire il dissenso in tutte le sue forme. La condizione della donna è particolarmente pesante: relegata in casa nei soliti ruoli domestici, non può uscire se non nei limiti imposti dagli uomini, che si avvalgono del giustificativo islamico (naturalmente interpretato pro domo sua). Il codice penale prevede sanzioni ancestrali ed è vigente la pena di morte (in forme brutali, come la lapidazione). In questo contesto la regista saudita ambienta una storia che, pur nella forma di commedia (con tinte a tratti umoristiche), rispecchia il dramma della ottusa ostilità verso qualsiasi aspirazione alla libera espressione che si discosti dal verbo politico/religioso di quel Paese. Come in tutte le manifestazioni artistiche che sfidano i regimi locali, facendo attenzione a non provocarne eccessive reazioni, il film è ricco di simbolismi e di "veli": protagonista è una bambina che desidera un bicicletta verde, ovvero l'innocenza che anela e spera di ottenere la libertà di movimento (compresa quella di uscire dalla propria casa), negata dall'autorità perché è una "cosa da uomini". Tutta la vicenda si svolge tra donne, ciascuna con un ruolo significativo: l'autorità istituzionale cui è demandata la prima formazione religiosa (la direttrice scolastica inflessibile, che cammina su due visibili tacchi di ipocrisia), l'autorità familiare (la madre che si dibatte tra imposizione teologica ed amore materno), l'umanità che trasgredisce in nome di diritti elementari negati (la giovinetta della bicicletta), la platea delle donne toccate dalla tentazione (le compagne della scuola coranica), ma che non trovano il coraggio di lottare apertamente. Sono esclusi dal campo gli uomini, fonti delle limitazioni dei diritti delle donne, tranne un adolescente autorizzato ad usare quel mezzo a due ruote, ancora insensibile agli insegnamenti dei grandi e sostanzialmente complice della piccola protagonista. Tutte le scene sono girate in interni, tranne il finale in cui domina una periferia spoglia ma non povera e dilatata ed aperta come l'animo della ragazzetta che pedala negli ampi spazi di una città che sa di immoto; una conquista che nasconde forse la verità di un sogno o comunque una prospettiva di speranza. Tutto è ovattato, come se una nebbia smorzasse ogni segno di violenza, che invece si avverte in ogni immagine, tranne che nella libera interazione dei due adolescenti. Haifaa Al Mansour, che si è avvalsa di un produttore americano per realizzare il film, è riuscita - sia pure attraverso abili espedienti "cautelari"- a mostrare al mondo la realtà dura ed oppressa di un Paese ricco di mezzi ma poverissimo di libertà, soprattutto per le donne doppiamente colpite in quanto tali dalla protervia del maschilismo dominante. In Arabia Saudita non è arrivata la primavera araba, anche se affiorano qua e là singulti di una timida opposizione. Le richieste di attenzione e di aiuto sono quindi affidate all'arte, più accattivante e meno compromettente, che, come in questa opera di chi conosce bene la verità, può contribuire in modo efficace a sollevare il velo sulla violenta repressione contro il principale nemico dei sistemi teo-politici fondamentalisti: la donna, con il suo coraggio e l'ostinazione a smascherare l'odio maschilista contro la "mannaia" della parità dei generi.

 

Una conquista dell'indipendenza dal giudizio altrui che non riesce sempre ad appassionare di Gabriele Niola    

Arabia Saudita, in una scuola rigorosamente solo femminile Wadjda lotta per non soffocare i propri desideri di libertà. In particolare uno di questi riguarda l'acquisto di una bicicletta verde, con la quale potrà essere alla pari del bambino con cui gioca dopo la scuola. La sua famiglia non può permettersela e di certo non vuole che si faccia vedere su un oggetto tradizionalmente riservato agli uomini, così Wadjda comincia a cercare i soldi per conto proprio rendendosi conto ben presto che quasi tutti i metodi per farlo le sono proibiti. L'unica è partecipare ad una gara di Corano della scuola (lei che non eccelle nelle materie religiose), il cui primo premio è in denaro.
Per parlare della vita oggi nel suo paese, degli uomini e delle donne che lo animano e dell'oppressione dell'uomo sull'uomo (o della donna sulla donna), Haifaa Al-Mansour sceglie di rifarsi al modello aulico italiano e raccontare la storia di una bambina, una madre e la ricerca di una bicicletta.
La bicicletta verde del titolo anche in questo caso è simbolo di emancipazione e libertà, l'oggetto che rappresenta una possibile salvezza al sistema al quale altrimenti anche Wadjda sarebbe condannata, come la madre e come le compagne, un sistema fatto di oppressione mentale e personale da parte degli uomini e di gran parte delle altre donne. La conquista dell'oggetto però non passa per l'esplorazione del paesaggio cittadino quanto per un percorso di purificazione e abnegazione, Wadjda diventa così indipendente e libera non per il fatto di andare in bici ma grazie al percorso con il quale arriva a poterla comprare, talmente audace da influire anche sul tradizionalismo subito dalla madre. Una rivoluzione gentile compiuta involontariamente dal solo atto di cercare dei soldi da sola, ottemperando alle regole imposte (la gara di Corano) per scardinarle da dentro.
Haifaa Al-Mansour è la prima vera regista donna di un paese che non ha sale cinematografiche e in cui il cinema si fruisce solo domesticamente, è dunque in sè una figura rivoluzionaria che si oppone ai ruoli cui le donne sono relegate e tale posizione è evidente nella maniera in cui scrive i suoi personaggi. Non solo la protagonista Wadjda ma anche le compagne più adolescenti e più irrequiete, benchè comprimarie, sono accarezzate con tono lieve dalla macchina da presa, scrutate nell'innocenza di gesti minuscoli che portano a condanne spropositate.
Il pregio maggiore di La bicicletta verde è così il saper guardare la realtà e metterla in scena trovando in ogni dettaglio un elemento di oppressione o di ipocrita incongruenza (i tacchi della maestra). Tuttavia, nonostante i più nobili intenti e i più aulici modelli, il film non riesce mai davvero ad appassionare, tocca intellettualmente ma non sentimentalmente. Vittima di un'ideologia inevitabilmente forte e penetrante, è atto d'accusa ma non sempre film, parteggia per i propri eroi ma purtroppo dimentica di scrivergli intorno una storia che ne lasci emergere l'umanità.
Per i temi trattati e il modo di parlare della condizione della donna il film è stato patrocinato da Amnesty Italia.